Il momento della consegna

Nella mia esperienza professionale di questi mesi ho provato quella che ho definito l’”esperienza della consegna”: quella situazione in cui il professionista sanitario riceve la richiesta dal genitore o dal figlio di prendersi cura del suo parente che stiamo portando in ospedale: “So che siete bravi, ve lo affido, adesso pensateci voi”. Frase spesso accompagnata dalle loro mani che si appoggiano sulle nostre spalle, come una investitura solenne di responsabilità che ci invita a continuare “come avrebbero fatto loro”.

Questi momenti, seppur in contesti di emergenza, creano quel setting in cui le nostre conoscenze scientifiche di quella che potrebbe essere la prognosi del paziente incontrano quelle della “medicina ingenua” del parente che ha paura di non rivedere più il proprio caro.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO/OMS) – Alliance for Patient Safety – nel 2007 (WHO 2007) ha diffuso una specifica soluzione Communication during patient handovers, in cui viene sottolineato che il processo di trasmissione delle informazioni relative al paziente da un operatore all’altro, da un team all’altro o dagli operatori al paziente e alla famiglia, ma anche tra strutture sanitarie e con le residenze protette ha lo scopo di assicurare la continuità della cura e la sicurezza.

L’utilizzo di handover nella lingua italiana in contesti sanitari, e la sua stessa traduzione (wordreference.com consultato 17/03/2021), si riferisce alla consegna tra operatori sanitari durante l’attività professionale e tratta del passaggio di informazioni tra infermieri, ad esempio, al fine di garantire la continutià assistenziale al malato.

L’etimolgia di consegnare (etimo.it consultato 17/03/2021) definisce CONSEGNARE dal lat. CONSIGNARE che propriamente vale a suggellare (da SIGNUM sigillo), d’onde il senso di porre sotto custodia, dare in custodia, affidare ad altri.

 “Vi affido mio figlio, so che siete bravi” con le mani sulle spalle indica proprio questo: ti affido un bene importante e facendo questo ti faccio capire quanto bene io voglia a mio figlio e sia importante per mio figlio, quanto sia importante mio figlio, ma anche quanta fiducia riponga in te a cui lo affido.

In queste situazioni si corre il grande rischio di rimanere impantanati nella storia del paziente, occorre un grande sforzo per mantenere una distanza empatica facendo affidamento su strategie efficaci di empatia cognitiva (Regehr et al. 2002, Karstoft et al. 2015).